Le reti acquedottistiche di cemento-amianto in Toscana

Nel corso del 2014 la presenza nel territorio di reti acquedottistiche realizzate in cemento-amianto e la potenziale contaminazione dell’acqua destinata al consumo umano è stata oggetto di crescente attenzione da parte della collettività. Per rispondere a tale questione, a tutela dei cittadini e per una migliore efficacia del servizio da parte dei gestori, è stato avviato un percorso che ha visto come protagonisti la Regione Toscana, la Sanità locale, l’Istituto per lo Studio e la Prevenzione Oncologica ISPO, il Sistema Informativo Sanitario della Prevenzione Collettiva SISPC, l’ARPAT, l’AIT e i gestori del S.I.I..

I limiti di concentrazione

La normativa italiana non prevede limiti di legge sulla presenza di fibre di amianto nelle acque potabili. Le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per la qualità dell’acqua potabile del 2001, e il loro aggiornamento del 2003, recitano rispettivamente:

“Non esiste dunque alcuna prova seria che l’ingestione di amianto sia pericolosa per la salute, non è stato ritenuto utile, pertanto, stabilire un valore guida fondato su delle considerazioni di natura sanitaria, per la presenza di questa sostanza dell’acqua potabile”.

“Anche se l’amianto è un noto agente cancerogeno per inalazione degli esseri umani, gli studi epidemiologici a disposizione non supportano l’ipotesi che vi sia un aumento del rischio di cancro associato con l’ingestione di amianto in acqua potabile. Inoltre negli studi su animali con somministrazione di amianto nell’alimentazione, non vi sono evidenze di un’aumentata incidenza di tumori del tratto gastrointestinale. Non vi sono quindi prove evidenti che l’amianto ingerito sia pericoloso per la salute e si conclude che non vi sia alcuna necessità di stabilire Linee Guida per l’amianto in acqua potabile”.

Anche le direttive europee 88/778/CEE e 98/83/CE non hanno introdotto alcun valore guida per le fibre di amianto nelle acque destinate al consumo umano.

In coerenza con tali linee guida il D.Lgs. 31/2001, non ha indicato l’amianto quale parametro da controllare e non ne fissa limiti.

L’unico riferimento mondiale sono le indicazioni dell’EPA, che fissa in 7 milioni di fibre per litro di acqua il quantitativo di rischio che potrebbe contribuire ad aumentare il livello di fondo delle fibre aerodisperse e, quindi, il rischio legato alla possibile assunzione per via inalatoria.

Alcuni studi a livello internazionale su popolazioni esposte, attraverso acqua potabile, a concentrazioni di fibre di amianto comprese tra 1 mln e 200 mln di fibre/lt, non hanno fornito chiare evidenze di un’associazione fra eccesso di tumori gastrointestinali e consumo di acqua contenete fibre di amianto; vi è comunque una diversità di vedute su tali conclusioni, per cui il problema è ancora dibattuto.

Negli anni ’90 il centro regionale amianto dell’ARPAT ha effettuato una campagna di monitoraggio sulla presenza di fibre di amianto nella rete acquedottistica, seppur parziale perché non si disponeva di un’estesa mappatura della rete acquedottistica, dalla quale sono emerse presenze di fibre molto contenute se confrontate con i dati rilevati in Canada e pubblicati.

Le prime azioni intraprese dall’AIT

L’AIT, in collaborazione con i Gestori del Servizio Idrico Integrato, ha innanzitutto censito le reti acquedottistiche realizzate in cemento-amianto sul territorio della Toscana. Le informazioni raccolte sono illustrate nella mappa interattiva presente nella sezione I comuni interessati dalla presenza di reti in cemento-amianto. La fase successiva è stata quella di predisporre un piano di monitoraggio della presenza di fibre di amianto nell’acqua distribuita così da permettere una prima valutazione del fenomeno e definire le ulteriori azioni da intraprendere ( Piano di monitoraggio amianto).

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